21 marzo 2020

21 marzo 2020

Questa mattina, durante una lezione di storia “a distanza” sulla caduta dell’impero romano, il tentativo di una spiegazione già di per sé non semplice è stato a un certo punto bruscamente interrotto dal tema più tristemente popolare di questi giorni: “Oh raga… mio nonno forse ha il corona virus… ah no, ok, scusate: fake news!”

Le parole di uno dei ragazzi, uscite in fretta e senza preavviso, hanno dato voce in un attimo a quella preoccupazione che tutto il mondo conosce ormai in diretta costante h24. Quella stessa agitazione ha iniziato a circolare nelle voci e nelle parole, tanto che (fosse anche solo per l’orgoglio di essere stata interrotta) ho deciso di fermare la lezione e ho detto: “Siete preoccupati?” Non che sentissi di avere delle cose particolarmente brillanti da dire, anzi: di fronte alle domande, ai commenti, al botta e risposta reso sempre più veloce dal filtro di Hangouts, la sensazione iniziale è stata sicuramente di spaesamento.

Mi era rimasta aperta una slide contenente un’immagine di un quadro di Thomas Cole, un artista americano ottocentesco, che avevo usato per parlare del declino dell’impero romano: il titolo è “Desolazione” ed è il quinto dipinto di una serie chiamata Corso dell’impero, allegoria della parabola storica che ogni civiltà può trovarsi a vivere, dalla nascita, all’apice del progresso e infine alla caduta. In quest’ultimo dipinto si vedono solo le rovine della grandiosa città rappresentata nei quadri precedenti, in mezzo a una natura notturna e silenziosa.

Ecco, sinceramente incerta di quello che stavo per dire, ho detto: “Ragazzi, la situazione di adesso è nuova, per tutti; fa paura a tutti, perché fa paura non sapere cosa succederà. Noi probabilmente fino a ieri ci sentivamo come in quel quadro in cui si vede la metropoli splendente e piena di gente festosa: ci sentivamo, in fondo, sicuri del nostro benessere…” “...del fatto che non potesse capitarci niente”, ha concluso uno di loro. “Però, oggi siamo in crisi… io credo che anche per questo possa servirci capire cosa è successo nel passato: per guardare con più intelligenza a questo presente così strano”.

Il problema serio è stato che, a quel punto, si è creato un silenzio veramente di tomba. In questo silenzio ho sentito di essere presa molto sul serio. Ho ricominciato la spiegazione. Durante questa ora “virtuale” sono intervenute persone che nei giorni precedenti non avevano mai partecipato e l’atteggiamento da parte dei ragazzi è rimasto serio fino alla fine. Terminata la presentazione, siamo ritornati alla slide iniziale. L’immagine delle rovine iniziava ad angosciarmi leggermente, per cui ho ricollegato il video, per cercare di guardare in faccia i ragazzi e farmi vedere, e gli ho detto: “Io non lo so cosa succederà, nessuno lo sa: però so che adesso siamo insieme, a fare questa cosa che, anche se in modo strano, è scuola… noi professori ci siamo. Lo so che sembra poco, ma è l’unica cosa che mi sento veramente di dirvi”.

La tensione si è sciolta, qualcuno ha sorriso, qualcun altro ha fatto battute…

Forse non è stato poi così “poco”… per loro, ma neanche per me.

Forse non è mai “poco”, solo che di solito non ci si pensa. Non si sa che cosa voglia dire “fare parte di una comunità”, “non essere soli”… sembra una cosa fragile, inutile, mentre in questo periodo è un bisogno quasi tangibile, difficilmente evitabile.

Forse non è “poco”: per imparare, per crescere, per avere una prospettiva, serve questa comunità, serve questo legame, nel presente, paradossalmente vicino, anche nella didattica “a distanza”… accorgersi di questo non è “poco”.

Forse, adesso che quello che sembrava “tanto” è ridotto all’essenziale, in questo “poco” si può vedere una speranza piccola, ma buona, un seme di cui prendersi cura per provare a farlo germogliare.

una Docente del Liceo